Anac

[…] Camminavo lungo la via della foresta, un giorno d’inverno, quando la neve lascia spazio alle foglie giusto per il tempo di un respiro. Incuriosito da un giovane falco che cacciava proprio sopra di me, inciampai sul ramo spezzato di un vecchio faggio e, cadendo, poggiai la mano sopra un sasso rotondo, che riempiva interamente il palmo della mia mano e che mi permise di restare in equilibrio, nonostante il mio peso mi attirasse con forza verso il terreno umido e fangoso.

Ancora in bilico sulle punte dei piedi, alzai lo sguardo di fronte a me, continuando a reggermi alla curiosa roccia, che sebbene di modeste dimensioni sembrava essere un solido appiglio. Mi resi conto da quella improbabile prospetriva che un piccolo sentiero si snodava tra gli alberi, invisibile da qualsiasi altro punto di vista.

Mi rialzai in piedi, un po’ indolenzito, ma ostinatamente curioso. Dall’alto delle mie gambe, però, non vedevo più nulla. Decisi allora di coricarmi sulla neve, sfidando il freddo pungente, per osservare meglio oppure capire di avere forse involontariamente battuto la testa.

Ma rieccolo lì: proprio accanto alla pianta di erica selvatica. Come un indizio, ero sicuro fosse stato lasciato lì per me.

Iniziai a spingermi con le braccia, facendomi spazio tra la coltre bianca e la terra scura, per non perdere di vista quella via e mi addentrai nel sottobosco dove, ormai avevo capito, mi sarebbe stato comunque impossibile proseguire in posizione eretta.

Continuai in quel modo per qualche tempo, non saprei dire quanto con esattezza, ma ad un certo punto misi in dubbio la mia intuizione e pensai di tornare indietro. Proprio quando stavo cercando di ripartire in direzione opposta, un nocciola che aveva resistito al ghiaccio ed al vento decise di cadere proprio sopra alla mia testa, facendomi voltare di scatto lo sguardo. Fu così che la vidi per la prima volta: un’antica costruzione in pietra: vista dal basso poteva sembrare un muro di cinta, ma una volta raggiunta la piccola radura, capii che si trattava di un’abitazione, isolata dal gruppo delle altre, che, scoprii in seguito, si trovava qualche centinaio di metri più ad ovest, lungo le rive di del ruscello che dava vita la grande fiume. Quando mi resi conto che la luna stava iniziando a sorgere, realizzai che non avrei potuto rientrare quella notte e mi preparai a riposarmi in quel luogo dove un tempo aveva vissuto qualcuno che, ne sono certo, aveva trovato il modo di condurmi fin laggiù.

Quando il buio mi raggiunse, avevo acceso un piccolo fuoco all’interno delle mura, che sebbene avessero soltanto le stelle come soffitto, erano sorprendentemente calde ed accoglienti. Immerso in quel tepore irreale, iniziai ad assopirmi, ma il mio sguardo cadde su un sasso, simile a quello che mi aveva condotto fin lì, ma questa volta incastonato nella parete. Istintivamente lo raccolsi e quasi senza stupirmi, trovai un cilindro scolpito in legno di quercia. Lo presi in mano e scrutai i simboli ed i segni incisi sopra. Non capivo, sembrava un antico alfabeto ma non ne conoscevo il significato. In quel momento, ad un’ora insolita per la sua specie, un cervo iniziò a chiamare, dalla foresta, sempre più forte; quel suono si espandeva come musica tra i rami degli alberi e i monti ghiacciati.

L’oggetto di legno cadde dalle mie mani e rotolando fino a quello che un tempo era stato l’ingresso della casa, allentò la presa che aveva su se stesso e mi rivelò un’apertura sulla cima, scoprendo l’incavo al suo interno. Lo ripresi frettolosamente e cercai curioso qualche tesoro nascosto.

Trovai in effetti un foglio di pelle di daino, sapientemente lavorato e gelosamente custodito. Lo srotolai e lessi le parole: adesso so che ero stato chiamato laggiù perché quel messaggio potesse vivere di nuovo.

“Spirito del Grande Nord io ti ringrazio. Venuto a me nella notte dei tempi, quando ancora il mio animo non bramava nulla se non uno spicchio di cielo azzurro e margherite profumate. Ti vidi la prima volta così alto e possente in cima alla cupola di un regale palazzo, decorato per la gloria di un principe decaduto, dove l’acqua ospitava pesciolini rari ed il freddo dell’inverno ghiacciava le rose al mattino. Sei sempre stato laggiù ad osservarmi dall’alto, aspettando pazientemente il mio ritorno. Ti vidi molte volte durante il mio viaggio, guidarmi tra gli alberi e le foglie donandomi conoscenze che non avevo mai appreso, ma che vivevano nei secoli dentro di me. Giorno dopo giorno, camminando nella foresta, ho ritrovato indizi, sassolini sulla strada. Dalla roccia più alta ho saltato; non saprei cavalcare altro se non il tuo splendido mantello, reggendomi al galoppo abbracciata alla tua possente figura. Ho scelto di non dormire più, ho visto ciò che ad altri non è concesso. Seguo le tue impronte che riscaldano i passi sulla neve fresca delle Valli del Nord. Al villaggio tutti raccontano di te, ma io ti vidi quel giorno e nessuno se ne accorse. Non resterai nei racconti, vivrai nelle pagine di pergamena che lascerò alla capanna questa notte di solstizio d’inverno del 1604 e tutti sapranno dove cercarti, anche se solo alcuni ti riconosceranno. l’Ultima Luna ti cercai e non vidi nulla se non la stella del mattino. Adesso so che eri là.” […]

Dal diario di mio fratello Anac, ritrovato dentro la sacca di cuoio accanto ai suoi stivali, la dodicesima notte dopo il solstizio d’inverno del 1821, Antica Valle del Nord.

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